Capitolo 3 – una sera così.

Indossate delle mutande ed anche un reggiseno, con colpevole ritardo Nico si era messa alla guida, per fortuna era rientrata in casa, perché sennò avrebbe lasciato lì pure la borsetta con i documenti oltre alla biancheria.
Era agitata. Non era convinta di uscire con un uomo che l’aveva abbordata, seppure con gentilezza così. Quasi era tentata di non farne niente, se non ché non si erano scambiati il numero di telefono e non poteva avvisare; certo poteva chiamare Laila perché venisse in soccorso, per aiutarla a scaricare Dario, ma alla fine non lo fece, si presentò. In fondo era una sera così, un venerdì come altri, avrebbero chiacchierato un po’, quindi sarebbe rientrata a casa e buonanotte.
“Sì, come no, eri uscita senza mutande.” Si disse.
Arrivò quasi puntuale e parcheggiò non troppo vicino al locale, vuoi perché non c’erano posti liberi, vuoi perché così aveva tutto il tempo di controllare nello specchio le ciglia, il trucco, camminare e vedere chi c’era ai tavolini e se, soprattutto, se Dario c’era.
C’era, sembrava a suo agio, stava mangiando delle patatine da una ciotola e stava osservando il liquido dentro al bicchiere, forse un vino bianco.
“Ciao.”
Si alzò per farla sedere. Galante.
“Sei arrivata. Bene.”
Dopo avere fatto aperitivo a negroni erano andati a mangiare qualcosa. Nicoletta aveva fame, perché alla fine non aveva messo in bocca niente a pranzo. Lì vicino c’era una pizzeria e il tempo era passato bene; a cena non aveva bevuto niente e al momento di salutarsi, dopo il caffè, l’ammazza caffè ed il conto – pagato da lui, se no s’offendeva – erano andati alle rispettive auto.
“Beh, è stata una bella serata.” Fece lei.
“Ti accompagno all’auto.”
“Ma no, è quella lì.” Indicò la sua una ventina di metri più avanti.
“Domani sera hai impegni?”
“Eh come corri.”
“Ok, buonanotte.” Fece per abbracciarla e accadde. Un attimo in più, quell’attimo si abbracciarono, torace contro torace, ventre contro ventre, labbra contro labbra. Era salita nella macchina di lui, e Dario aveva guidato carezzandole la coscia di tanto in tanto.
L’appartamento era abbastanza vicino, un paio di chilometri da dov’erano; a vederlo era in una palazzina di almeno un secolo, la zona era vagamente signorile, Nico ci veniva perché c’erano dei bei negozi di scarpe. Parcheggiarono e salirono.
La casa aveva le finestre alte e i terrazzi con la balaustra in pietra; lui aprì le persiane per fare entrare un po’ di aria e la fece passare nel salottino; mobilio interessante, classico.
Nico poggiò la borsetta sulla spalliera di una sedia e si guardò intorno: alla luce di due piantane la stanza sembrava accogliente.
“Ho un po’ di vino se vuoi.”
Dentro di sé Nicoletta si disse cosa stai facendo?
Ma sorrise e rispose “Mi va.”
“Preparo e arrivo, tu siedi pure dove vuoi, sul divano è più comodo.”
Un’ora dopo era palesemente brilla, forse anche qualcosa di più; avevano finito due bottiglie di vino secco. La conversazione era diventata maliziosa, avevano giocato, si erano stuzzicati e per gioco lui le aveva massaggiato i piedi, notando le caviglie fini e il colore dello smalto intonato con gli orecchini.
Si erano regalati un po’ di sciocche carezze ed effusioni, fino ad un certo punto, poi si erano baciati, sul serio; lui le aveva tolto l’abitino facendolo scivolare dalle spalle, lasciandola in mutandine e lei gli aveva sbottonato i pantaloni. Si era divertita nel seguire con le dita la curva del pene compresso dagli slip. Dopo di ché si era sganciata il reggiseno e si era stirata languidamente all’indietro lasciando scoperto il collo, inarcando la schiena e sospirando, per andare lentamente, distesa sul divano. In quel momento lui, terminato di togliersi i pantaloni, le si era avvicinato e le aveva allargato le gambe piano, con le sue, aveva tirato fuori il pene e lo aveva appoggiato sul grembo di Nico.
Nico aveva sorriso ad occhi chiusi, quel contatto le piaceva e sentiva sotto la lingua già quel leggero pizzicore dell’eccitazione fisica, dato dal dubbio se prenderlo in bocca, giocarci un po’ oppure togliersi le mutande e fare sul serio. Era però troppo ubriaca, ebbe un lieve capogiro e si rimise seduta composta.
“Mi devi scusare ma è meglio che vada via,…” Terminò la frase dando un bacio al pene di Dario. “…perdonami, ma ci rivedremo… tranquillo, non è che non mi piace fare con te qualche bella scopata,…” forse scopata non era terminologia da donna, dette un bacio più languido al glande dell’uomo e accennò una piccola masturbazione con polso abile. Voleva fargli capire che la sua era una promessa, ad arrendersi era stato solo il fisico.
“Vado, tu il mio numero ce l’hai? Ah sì, non ce li siamo scambiati ancora. Dammi il tuo ti faccio uno squillo.”
Si alzò scostandosi da Dario ma tutto ondeggiava. Accidenti, il vino era arrivato.
“Ma dove vai Nico? Sei ubriaca a puntino, anche io e poi che fai vai a piedi fino all’auto? E poi mi lasci così?”
Lei si appoggiò alla spalliera, sentiva girare il pavimento, ma sapeva bene che il pavimento era ben saldo al pianeta.
“Dove sono cioè dov’è la gonna? Ah no ho l’abito.”
Lo vide più in là sul divano. Porca miseria era messa male. Fino a quel momento aveva retto, ora però gli ultimi due bicchieri l’avevano messa ko .
“Ecco vado.”
Aveva preso l’abito e se l’era appoggiato sulla spalla, mentre tentava di riabbottonare il reggiseno. Cominciò a camminare e prese la borsetta dalla spalliera e cercò intorno le scarpe.
“Ma dove vai? No dai resta che non sei in condizione.”
Certo parlare con un uomo in erezione, che cercava di sconsigliarla di guidare e, diciamolo, un po’ se la voleva scopare, non era una situazione normale, ma lei non avrebbe voluto essere così ubriaca. Si sentiva davvero addosso l’eccitazione e la voglia di una sana penetrazione, voleva sentire crescere il ritmo e l’ultima accelerazione prima del botto, prima che la testa andasse per conto suo, ma non da così ubriaca; solo che era troppo difficile in quell’istante spiegare una cosa così complicata.
Stava anche scappando perché era tardi e non voleva addormentarsi lì, o peggio sentirsi male a casa di un quasi sconosciuto. Sai che bello passare la notte sul WC con Dario che ti tiene i capelli.
Mosse qualche passo, la tracolla della borsetta si impigliò nella maniglia della porta del salotto e la fece barcollare, Dario la riprese al volo mentre lei sbilanciata stava per cadere. Nico sentì il contatto col pene dell’uomo appena sopra l’elastico delle mutante, sulla schiena e questo la eccitò, ma era decisa ad uscire.
“Dai vado. Prometto che torno, l’argomento di stasera mi piace.”
Scoppiò a ridere e cadde, o meglio: Dario la aiutò a cadere piano. Nico rimase distesa a terra per un paio di secondi faccia in giù, poi si girò pancia sopra e allargò mani e gambe.
“Forse sto qui. Hai ragione. In terra poi è fresco.”
Si tolse le mutandine, in realtà perché le davano fastidio, le fece scivolare lungo le gambe, prima una poi l’altra e restò lì. Dario era in ginocchio su di lei, la baciò sul pube poi sul ventre e quindi sulle labbra, lei con la mano destra gli trovò il pene e lo prese delicatamente come a volerlo masturbare. Lo toccò per pochi secondi perché sentiva quel misto di sonno stanchezza prima dell’addormentarsi, continuò delicatamente con la mano.
“Mi piace sentirlo.” Disse Nico in un sospiro.
Dario allora prese a seguire con le dita dal basso verso l’alto le linee delle grandi labbra e poi del clitoride; continuarono così per il tempo di venti forse trenta sospiri. Come lui venne, inondandola dallo sterno al pube lei pensò alla situazione, lì in terra smutandata aveva fatto una sega ad un amico di vecchia data e a lei piaceva, sentiva il caldo avvampare dappertutto. Che situazione! L’attimo dopo venne anche lei, sottolineando la cosa con un grido soffocato e un sospiro profondo.
Forse era per quei versi che piacevano tanto le tenniste in TV? Si addormentò.

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