Capitolo 4 – colazione.
Era a letto, era nuda, era profumata ed era abbracciata ad un uomo, Dario; faceva quasi freddo. Da qualche parte si sentiva il ronzio lieve di un condizionatore, si mosse per cercare il lenzuolo.

“Sei sveglia?”
Meno male, non l’aveva chiamata amore.
“Sì. Che ore sono?”
“Le dieci.”
La strinse a sé e lei si eccitò sentendo il proprio seno premuto sul petto dell’altro.
“Ho mal di testa.” Sorrise, ce l’aveva davvero; si scostò di qualche centimetro e frugò in basso con le mani, fino a trovare il pene di Dario, che rispose allo stimolo, quindi delicatamente lo guidò dentro di sé.
“Ma non hai mal di testa?”
Si avvicinò piano piano lasciandolo entrare, provando il doppio piacere di scoprirsi umida e quello di sentirsi dilatare.
“E’ vero. Scopami piano allora e vedrai che mi passa.”
Rimasero così un po’, distesi sul fianco; lui nel sentire la pelle di lei sotto le sue dita, Nicoletta ad occhi chiusi, cercando di fare lenti respiri col diaframma; lui la baciò con calma e costanza. Funzionava, il mal di testa stava quasi scomparendo del tutto. Funzionava! Eccome se funzionava, anche accelerando il respiro col movimento tutto il corpo si riattivava e poi eccolo arrivare, pieno e caldo dentro lei, pelle contro pelle in un ultimo sospiro l’uno sulle labbra dell’altra.
Restarono così per un po’, poi lentamente lui uscì e si alzò e lei rimase nel letto distesa di schiena, a gustarsi le ultime contrazioni a sentire quel certo non so ché nella pancia. Un istante tutto suo, dove la testa volava e la vagina pulsava elettrica.
Dario era tornato con un asciugamano da mare.
“Vuoi fare una doccia?”
Nicoletta si stirò facendo scrocchiare tutte le ossa della schiena.
“Sì.”

La doccia era di quelle a vetri su tre lati, con le finte goccioline e le piastrelle color ghiaccio; era sicuramente resistente perché in quel momento lei ci si puntellava per alzarsi al massimo e permettere a Dario, di entrare. Baciandolo sentiva il sapore della sua saliva e quello dell’acqua, che scorreva sul viso; Dario non ce la faceva più, anche se in erezione il pene era più piccolo, e avvertiva nel suo respiro la fine delle energie, ma in quel momento le bastava, era la mente di Nicoletta a fare il resto; andava bene così.
Si asciugarono con calma.
“Metto su il caffè, così mangiamo un po’.”
“Aha.”
Si alzò e la baciò sempre sulle labbra. Nico si finì di asciugare addosso e strizzò i capelli, quelli li avrebbe asciugati dopo.
In pochi minuti l’odore del caffè riempì la stanza. Lei intanto si era rimessa l’abito, senza biancheria, lo raggiunse nel cucinotto e mangiarono in silenzio dei frollini al burro, forse più di quanto lei volesse per via della linea, ma era affamata.

“Lo volevo da quel giorno in vespa.”
Ruppe lui il silenzio.
“E?”
“Ed è stato come immaginavo.”
Quella sera ci deve essere rimasto male. Pensò Nico.
“Ma dai. No è stato meglio ora, comunque.”
“Forse hai ragione sai?”
Nico finì il caffè, dentro c’erano le briciole dei biscotti.
“Ero una persona diversa, non migliore né peggiore, una ragazzina di diciotto anni scarsi e chissà che avevo in testa, e poi non è mica detto che fisicamente avrebbe funzionato, o che te l’avrei data.”
“Che avrebbe funzionato fisicamente, sì, quello lo senti. Che me l’avresti data no. Di sicuro…”
Rise.
“Ah che ridi?”
“Eri di sicuro una che la fa annusare ma, mollarla mai.”
“Forse è vero.”
Dario prese le tazze e le mise nel lavabo di cucina.
“La casa è proprio carina.”
“Grazie è dei miei, loro sono tornati nella casa dei nonni, dei genitori di mia madre, poi mio padre è morto.”
“Mi spiace.”
“Sono anni, fa niente.”
Tornò al tavolo, era rilassato, il volto steso, le sembrava carino allora e anche adesso, solo che non parlava più a raffica come vent’anni prima. Alto più di lei un palmo abbondante, si era mantenuto in forma. Da giovane era carino, anche se troppo maschile per i suoi gusti di allora.
“Ieri sera, che cosa ho combinato? Non ricordo granché.”
“Oh poco, anche io non ricordo molto, abbiamo esagerato con il bere.”
“Ti confesso che ho bevuto perché il vino era buono, non per farmi coraggio.”
“Sì, ci credo.” Lo disse con sincerità.
“Credo di avere fatto cose strane.”
“Ahahah, no strane no dai. Ad un certo punto hai farfugliato che non volevi fare sesso perché eri troppo ubriaca e mi hai promesso che l’avresti fatto da sobria perché sennò non valeva. Qualcosa di simile.”
Lei rise di gusto.
“Sì è da me, ma è vero. Ma mi hai messo a letto?”
“E ti ho pure lavato perché ci siamo … sporcati. Credo di esserti venuto addosso.”
Nicoletta si alzò e andò da lui che era in pantaloncini, si sedette a gambe aperte sulle sue gambe.
“Sono senza mutandine,…” e con voce dispettosa aggiunse “…la strada la sai, vienimi dentro.”
“Eh, sono vecchio, mi sa che non ce la faccio mica a starti dietro.”
“Tu levati i pantaloncini, qualcosa mi invento.”
Dario le alzò il vestito carezzandole i fianchi e la schiena e le scivolò dentro; era talmente calda che il pene reagì subito.
“Prendimi per le spalle, stringimi a te.” Chiese lei, lui fece proprio così. Nico si accoccolò ondeggiando, più vicina possibile, Dario fece per alzarle l’abito, per toccarle i capezzoli, ma Nicoletta lo fermò.
“No, stavolta resto vestita, almeno sopra. Non ti voglio concedere tutto. Accontentati di quello che hai tra le gambe e del mio collo. Stringimi.”

Erano in auto.
“Dovevo aiutarti a mettere a posto casa.”
“Ma figurati Nicoletta, ci penso io dopo.”
“Ah, certe… macchie, sul pavimento, vengono via. Basta un po’ d’aceto.”
“Grazie mamma.”
“Scemo.”
“Ecco siamo arrivati.”
Scese di macchina. Era caldo ma non importava.
“Ci rivedremo?”
“Forse tra un anno, o forse prima; ora torno a Milano e poi a Londra per almeno tre mesi. Se vieni mi chiami?”
“Ti do il mio numero, tu mi fai uno squillo col tuo.”
Lo baciò dal finestrino; probabilmente sarebbe stato l’ultimo bacio tra di loro, ma poco importava.
“Dario?”
“Dimmi.”
“Ora vado a casa e… sappi che continuerò un po’ da sola; mi basterà il tuo odore.”
Lui le sorrise.
Vide la macchina di Dario allontanarsi ma non si soffermò troppo nel guardarlo andarsene. Si avvicinò alla sua con la paura di avere beccato una multa; no per fortuna.
Mise la cintura, sentiva le farfalline in pancia e quel colpo dispari che fa il cuore quando è “gagliardo” per qualcosa. Sospirò accese il motore e si avviò verso casa. Lungo il tragitto rifletté su quella serata: andava bene così, non solo, quell’evento aveva smosso in lei qualcosa, che andava ricercato più spesso. Mentre parcheggiava squillò il telefono, era Laila; ovviamente.

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