Capitolo 7 – caviglia

Erano trascorsi due giorni dalla festa, sfruttando le ferie Nicoletta si era messa ad organizzare un paio di sere per rivedere amici che non incontrava da mesi, nell’ultima uscita erano andati a mangiare una pizza e poi erano finiti in un locale aperto tutta la notte, dove si erano intrattenuti per un altro po’.

Da quella serata trascorsa con gli amici storici, era rientrata a casa con una scarpa rotta e una caviglia gonfia per colpa di un tombino.

Da principio stava benino, poi anche solo per arrivare alla macchina le era servito l’aiuto di uno dei ragazzi, che l’aveva depositata di peso dentro l’auto. Aveva insistito per portarla lui ma l’aveva rassicurato, pochi minuti e sarebbe arrivata a casa.

Ora era da sola in macchina che cercava se aveva qualcosa per il dolore nella borsetta. Caso volle che al parcheggio del locale ci fosse uno degli invitati conosciuti la sera precedente alla villa, proprio David, che da provetto atleta, aveva estratto una crema per le distorsioni, quindi l’aveva fatta distendere sulla poltroncina dell’auto reclinata e l’aveva massaggiata: caviglia e collo del piede, sin quasi all’estasi, non solo: si era prestato ad accompagnarla e perfino a guidare lui che tanto abitava vicino. Nico aveva declinato l’offerta imbarazzata e aveva finito per guidare da sola, sentendo fitte terribili.

Per guidare si era tolta le scarpe del tutto, arrivata a casa aveva parcheggiato il più vicino possibile, pochi metri, ma al momento di scendere realizzò che non poteva quasi appoggiare il piede.

Era notte fonda e vedeva le stelle, ma non in cielo, ad ogni passo. Con la coda dell’occhio aveva visto qualcosa. Le era parso di vedere un’ombra che la seguiva e di sentire dei passi dietro di sé. Era vicina al portone, con la borsetta in mano in cerca delle chiavi, quando l’ombra si materializzò davanti a lei.

“Ehi?”
“David!” Esclamò “Per poco non mi fai venire un infarto.”
L’altro, rise.
“Scusami. Pensavo che mi avessi sentito arrivare.”
Il cuore le era schizzato sotto la lingua.
“No, non ti ho proprio sentito arrivare.”
Il sollievo misto alla paura scampata, l’aveva trattenuta dal dargli un pugno tra le palle, non si arriva così alle spalle di una donna di notte.
“Mi spiace. Stavo rincasando quando ti ho visto zoppicare sin qui.”
Già, pensò Nicoletta, zoppicare è la parola giusta.
“Ce la fai a salire?”
“C’è l’ascensore.”
“Ok. Non voglio insistere e infastidirti.”
Passato il batticuore, Nico divenne più morbida.
“No, che fastidio, anzi, grazie per prima. Così davvero abiti qui in zona?”
“Sì, beh duecento metri più avanti.”
La ragazza infilò la chiave nella toppa, la serratura scattò rumorosa.
“Buonanotte e grazie ancora, semmai, se hai voglia domattina ti offro volentieri un caffè per sdebitarmi. Ci vediamo qui davanti se non hai da fare alle sette e mezzo, sai al bar qui di fronte. E presto ma domani rientro a lavoro.”
“Non devi sdebitarti, ma mi fa piacere. Sette e mezzo.”
“Buonanotte.”
Nico entrò nel portone, mentre David la salutò con un cenno della mano. Appena visibile nella penombra della strada. Ora che se n’era andato, poteva tornare a zoppicare.

La mattina dopo, Nicoletta aveva la caviglia ancora gonfia e dolorante, ma poteva camminarci sopra. Fortunatamente non c’era niente di serio. Si vestì come sempre per andare a lavoro e dopo aver brevemente preso il caffè ed un paio di biscotti, ancora un po’ claudicante si avviò fuori, chiuse meccanicamente la porta, prese l’ascensore uscì e, arrivata quasi alla macchina, ricordò: David! L’appuntamento!
Erano le sette e trentacinque, forse faceva ancora in tempo? Sì, di sicuro. Con la massima velocità consentita dalle scarpe, basse, e dalla caviglia, gonfia, arrivò al bar. Si guardò intorno per vedere l’altro, c’era? Sì, lo vide al bancone davanti ad una tazza di cappuccino e con una grossa brioche. Caspita, la sera della festicciola e la notte prima non si era resa conto, dimostrava meno anni del previsto! Cioè i suoi anni, ma forse anche qualcosa meno.
David la vide e le fece cenno di raggiungerlo al bancone, Nico si avvicinò e sorrise, brevemente. Aveva fatto colazione e non aveva lavato i denti. Sicuramente c’erano dei biscotti tra gli incisivi! Ordinò subito un caffè.
“Eccoti. Scusa ho iniziato ma sai, la fame.”
“Hai fatto benissimo.”
“Sono un po’ di corsa, ma senti… Ho una mezza cosa pagata e non so con chi andare, mi piacerebbe se venissi con me, al mare, questo week end, su ai faraglioni. Barca, giro panoramico e pranzo.”
Colta in contropiede, mentre il barista le poggiava la tazzina sul bancone, Nico, annuì. Se ne pentì subito dopo, quindi sorridendo rispose.: “Sì, certo, ti lascio il mio cellulare, così fissiamo per benino.”
“Ah, bene. Sì.”
Si fecero uno squillo, per memorizzare il numero.
“Ti spiace se scappo?” Disse Nico.
“Ah, sì sì, ok.”
David fece per poggiare la brioche.
“No no, tu continua, faccio io.”
“Ma.”
“Non si discute.”
La ragazza andò alla cassa e poi sparì camminando in tutta fretta. Solo quando fu in auto poté: uno trattenere a stento le lacrime per il dolore alla caviglia, due darsi di scema per avere accettato un abbordaggio da un quasi sconosciuto, gentile ok, ma di dieci anni più piccolo, anche se di testa dimostrava di più, tre sapeva già che ci sarebbe finita a letto. Ma in fondo l’aveva baciato lei no?

Il giorno al mare era trascorso piacevolmente, David era arrivato sabato mattina, puntuale, con l’auto sotto casa di Nico ed erano partiti. Sembrava un tipo a posto, chiacchierava il giusto, ascoltava, era anche carino nei modi oltre che come uomo.
Si era rivelata una giornata giusta quella, iniziata la mattina presto con la visita delle isole e le spiaggette del golfo, un pranzo veloce e poi mare, tanto mare; Nico si era rilassata e aveva vinto quella lieve ritrosia di farsi vedere in costume.
Il tour in barca era finito nel primo pomeriggio, Nico era scesa dal barcone con reggiseno e pantaloncini, mentre nel frattempo David aveva adocchiato un cartellone che pubblicizzava un giro in barca e si era avvicinato alla biglietteria. Il cartellone prometteva di raggiungere un bello specchio di mare tra dei faraglioni, dove nuotare in acque spettacolari, Nico si avvicinò, inconsciamente si era messa di fianco a David a pochissimi millimetri, tanto da sentirne il calore corporeo.
“Ti va?”
“Sì, si mi va. Ho anche portato la maschera.”
Avevano quindi preso due biglietti e adesso lui e Nicoletta, erano sotto quei faraglioni, estasiati da quello spettacolo.
Era una di quei tardi pomeriggi caratterizzati dall’acqua limpida, dal sole caldo e delicato al tempo stesso; si erano immersi da poco più di mezz’ora, il barcone era a meno di cinquanta metri, con loro c’era anche un’altra coppia ed il proprietario del barcone stesso. Gli altri due erano rientrati a bordo da qualche minuto mentre loro avevano deciso di fare un po’ di foto ancora, con la macchina di David, una di quelle impermeabili.
Nico si era sorpresa di essersi lasciata fotografare mentre nuotava, mentre scendeva in acqua, mentre si legava i capelli. Di solito non amava moltissimo le fotografie, stavolta non aveva protestato, le veniva tutto naturale.
Ad un certo punto, mentre Nicoletta finiva di sguazzare sott’acqua e posare per David che la fotografava, sentirono l’inconfondibile rumore di un motore diesel in avvicinamento.
David riemerse e si guardò intorno, la barca che li aveva portati là era ancora nei pressi e dondolava lentamente. Non si vedeva più nessuno a bordo, con lo sguardo il ragazzo cercò gli altri, mentre Nicoletta riemergeva in uno sbuffo di schiuma e bolle dallo snorkel. Videro l’altra coppia poco più in là, si erano buttati di nuovo e stavano nuotando verso gli scogli di ponente, dal lato opposto rispetto a loro due.
Era arrivata sicuramente un’altra imbarcazione, David sentiva lo sciabordio dell’altro scafo echeggiare tra i faraglioni ed il rombo cupo del motore. Se non la vedeva era perché si trovava ancora nascosta dalle rocce.
“Si scende di nuovo?”
Fece Nicoletta, con la voce nasale di chi ha la maschera.
“Occhei. Altri dieci minuti perché poi vorrei rientrare.”
Le rispose il ragazzo. L’attimo dopo erano sott’acqua.
Nicoletta lo sorprese avvinghiandosi a lui, anzi spiaccicandosi a lui con un improbabile bacio tra snorkel e maschere, ma un piacevole contatto tra bikini e boxer. Il contatto in acqua con il corpo della ragazza, così piacevolmente caldo e avvolgente, annullò il tempo.
Si spostarono al riparo del costone che girava e rientrava a formare una sorta di grotta, l’altro la teneva per i fianchi cercando di nuotare con le gambe, Nico provò a baciarlo con lo snorkel, ovviamente non riuscendoci e mettendosi a ridere. David aveva un’erezione completa, probabilmente aveva il pene fuori dai pantaloncini. Nico che sentiva la dura erezione dell’uomo premerle tra ombelico e pube, armeggiò con lo slip spostandolo di quel tanto da far sentire l’ispido pelo della vagina a David.
Riemersero oramai il pantaloncino di David era a mezza coscia.
“Mi stai quasi infiocinando.”
Fece Nico, maliziosa, se non fosse per la maschera.
“Mi piaci.”
“Si? Oh, lo sento.”
Nuotavano con le pinne, sfregandosi e eccitandosi. Lui d’improvviso la girò di spalle e le prese a mordicchiare il collo, dietro gli orecchi, spingendo bene il pene sulla schiena di lei, in modo che infilasse tra l’incavo dei glutei.
L’insieme di sollecitazioni al collo e dietro le orecchie, la fece eccitare, col cuore in gola era già pronta a sentire il pene di lui entrarle nell’ano, se non fossero stati in acqua, probabilmente avrebbe infradiciato le mutandine per l’eccitazione, ma proprio mentre sentiva che David le sfilava il sotto del costume, udirono due colpi di tromba brevi. Era ora di rientrare.
Si girarono l’uno verso l’altra, mentre il triangolino colorato del costume di Nicoletta veniva a galla.
“Peccato.” Fece lei. C’erano poche persone a cui avrebbe concesso il culetto. Con David sentiva di farlo.
“Peccato.” Fece David, che ancora la teneva contro di sé e probabilmente la stava bagnando, anche se nel mare, cosa sono poche gocce?
Dopo qualche attimo, dopo qualche sguardo e dopo aver verificato se i costumi erano su, rientrarono dagli altri, nuotarono verso la barca. Risalirono usando la scaletta di corda gettata a poppa. Una volta a bordo Nico si rivestì mettendo la maglietta e i pantaloncini sul costume fradicio. Aveva paura gli altri vedessero il suo respiro corto e i suoi capezzoli dritti.
Parlarono poco tutta la restante sera, il viaggio di ritorno in macchina lo fecero ascoltando musica a casaccio, una di quelle compilation fatte per viaggiare, silenziosi fin sotto casa di Nico.
“Eccoci.” Disse David
Nico si girò verso di lui e lo accarezzò all’inguine.
“Mi massaggi la caviglia? Mi fa ancora un po’ male.”
“Se dalla caviglia arrivo più su te la prendi?”
“Se dalla caviglia non arrivi alle labbra giuste, mi offendo.”
In un istante lui la prese mettendole una mano dietro al collo e, tirandola a sé, la baciò con foga. Nicoletta sussultò quando sentì l’altro ficcarle due dita nella passera, entrare e darle una fiammata di emozioni. Erano scivolate dentro senza difficoltà, le aveva messe in un momento dove lei si era eccitata; l’attimo dopo era fradicia.
Come era iniziato, terminò, un istante solo, un attimo e David si era staccato da lei. Che aveva il cuore a mille.
Nicoletta riuscì a dire: “Entriamo.” e restò ferma ad occhi chiusi.
David uscì fece il giro dell’auto e le aprì la portiera; in quel preciso istante, con la gonna sollevata che lasciava vedere la coscia per intero, i capelli all’indietro e il collo nudo, Nicoletta era uno spettacolo.
Lei girò sul sedile mettendo fuori le gambe e uscendo dall’auto, aiutata da David; sarebbe stata una sera interessante…

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