red markCapitolo 8 – la telefonata la doccia i polsi

 

Il telefono iniziò a vibrare ritmicamente, era silenziato, niente suoneria, vibrava sul comodino facendo risuonare tutto il mobiletto in legno.
Nicoletta aprì un occhio e ancora avvolta nel torpore del sonno profondo cercò il cellulare. Impastata nel materasso lo afferrò e lo portò davanti al naso: ore mezzanotte e sei minuti, David.
Forse gli era successo qualcosa, forse era solo carico come una molla e voleva passare qualche momento con lei? Prese un respiro profondo per non mandarlo a quel paese subito e rispose.
“Pronto.”
“Ciao.” Fece l’altro tranquillo.
“Ciao. C’è un buon motivo per questa chiamata? Domattina io sono a lavoro.”
“C’è un buon motivo. Sono qui sotto, ti scoccia se salgo?”
“Un po’ sì.” Nicoletta avvertiva il bisogno di non condividere casa propria con David. C’era stata in vacanza, a casa, sopra e sotto di lui e pure di fianco, aveva accolto il suo corpo e i suoi liquidi, ma non voleva condividere il suo appartamento, lo considerava il suo feudo.
“Va bene.”
“Ma no dai, ti vengo ad aprire.”
Era caldo ma non caldissimo, l’aria entrava dalle finestre socchiuse, Nicoletta scese dal letto, passando davanti alla specchiera vide una donna spettinata, con dei pantaloncini al posto di lingerie costosa e una maglietta lunga fino alle cosce. Vabbè l’avrebbe presa per quello che era.
Andò al citofono ed aprì il portone, quindi rimase sullo stipite ad attendere l’altro, che apparve sulla soglia dopo pochi istanti. Sembrava una persona diversa, molto stanco anche lui. Mica era venuto lì per dormire? Aveva anche un enorme porta abiti ed una sorta di valigia, per un attimo Nicoletta fu sul punto di chiudersi dentro, per paura di un trasloco in corso. Magari l’avevano cacciato di casa e se lo ritrovava tra i piedi.
“Eccomi. L’ora è perfetta.”
“Che hai lì dentro?”
“Ancora nulla, quando ti avrò tagliata in pezzi, ti metterò qui dentro.”
“Non scherzare.” La battuta però l’aveva inquietata e incuriosita.
“Hai mai recitato?”
“Che vuoi dire?”
“Mi fai entrare?”
Nico fece spazio e l’altro passò in casa, trasportando il bagaglio.
“Ti spiace se mi vesto?”
“Mi spiace. Resta così, sei perfetta, anzi se hai una maglietta che non usi più o da buttare e poi,…”
C’era poco da fare, il modo di parlare di quell’uomo le faceva partire la fantasia, che culminava con una sana penetrazione profonda, ma stasera, era assonnata, lo seguiva a stento. Il suo corpo era ancora in quella sorta di torpore tepore da letto, eppure là sotto sentiva la sua sessualità risvegliarsi.
“…vabbè no vestiti e se hai voglia mettiti un po’ di trucco.”
“Ora?”
“Perché no.”
Nicoletta lo guardò cercando di capire dove andava a parare.
“Aspettami un secondo. Vado in bagno. Lo so non è il massimo della sensualità.”
Voleva fare capire all’altro che un po’ la stava disturbando. Ne avrebbe approfittato per fare pipì e per mettere su la biancheria giusta. Avrebbe aspettato i suoi comodi, non voleva dargliela vinta subito, né dargliela subito.

Poco dopo tornò nella stanza in mutandine reggiseno e con un filo di rossetto in tono con le scarpe scarlatte che avrebbe messo per la serata. Trovò David davanti al porta abiti aperto e con un bell’abito in mano.
“Bello.”
“Tieni.” Le disse.
Il vestito che le passò era una replica fedele degli abiti signorili del primo periodo del XIX secolo. Nico lo osservò portandolo vicino alla luce. Era di qualità eccelsa, lo si notava soprattutto saggiandone la stoffa. Rimirò le finiture. splendide, le cuciture perfette e il peso. Il peso, era proprio il peso a farla restare perplessa, era un capo molto consistente.
Non si preoccupò di essere in mutandine, di quelle tra l’altro che aderiscono alle labbra della vagina facendo quella specie di u rovesciata, erano pure semitrasparenti. Lei se ne stava lì con i capezzoli dritti per il freddo contatto dei piedi scalzi col pavimento di marmo, senza avere altro pensiero se non l’abito. Bellissimo.
Nico lo appoggiò contro di sé, lo strinse al petto e si voltò verso David che l’osservava con la mascella contratta.
“Come pensi mi starebbe? Sotto però vorrei non avere niente. Solo l’abito, niente mutandoni della nonna niente reggiseno.”
David le accarezzò l’incavo sotto la gola.
“Ti starebbe bene, anzi ti starà bene. Se accetti di recitare per me. Sai, finirà stracciato, ma ho in mente qualcosa.”
Nicoletta rispose d’impulso “Sì!” Sorrise, “Mi dispiace che finirà strappato, ma l’idea di rimanere inerme legata e disponibile, mi fa già,…” Aveva il clitoride in fiamme, puntava le mutandine come uno spillo e se continuava con quel dialogo, le avrebbe infradiciate. Si trattenne però, tenne per sé la conclusione della frase, ma mentalmente si disse “Mi fa già sentire male alla pancia. Ho voglia, non sai quanto, ho voglia infinitamente voglia.” Non glielo disse, non voleva che la fantasia trapelasse.
“Come sai che ti legherò?”
Nicoletta non riusciva a dirlo senza far vibrare la voce, le tremavano le mani e sentiva gli zigomi in fiamme. Che le stava prendendo? Sentiva come una mano che le rovistava dentro la pancia.
“Perché sarebbe perfetto.”
David sorrise e indicò il resto degli abiti.
“Sul tavolo c’è anche il corsetto. Dovrò aiutarti ad allacciarlo. Ma prima vorrei un’altra cosa da te.”
“Aspetta aspetta.” Disse uscendo dalla stanza.
Dopo qualche attimo tornò, si era messa un vestitino dai disegni floreali leggero e aveva in mano le scarpe rosse.
“Non so se ho proprio voglia. Mi andrebbe anzi di uscire, visto che sono sveglia ormai.” Mentiva. Anche da sotto il vestito sentiva i capezzoli puntare.
“E’ perché non lo sai?” Lo aveva domandato con lo stesso tono con cui si parla ad una bambina, fingendo di non accorgersi del coinvolgimento dell’altra.
Nicoletta lo guardò bene in faccia; David non sembrava tradire emozioni. Prese tempo chinandosi e indossando le scarpe. Salire sui tacchi era un gesto che le veniva naturale.
“Perché non mi chiami mai per nome quando sei con me e perché sei preciso in quello che fai, anche durante il sesso, perché mi piombi in casa a notte fonda, perché ti piacciono i minimi particolari delle cose.”
“Diciamo che mi piacciono i particolari. Si nota molto?”
“Si, lo si capisce, solo che metti paura. Anche adesso per esempio.”
“Perché?”
“Perché la precisione che metti nelle cose che fai, che mi fai, e come le descrivi, rappresenta un rituale. I rituali, specie se prolungati, specie se si ricerca la sublimazione, la perfezione, l’estetica, come fai tu… Sono il segno di una mente perversa.”
L’uomo sembrò avere un attimo di assenza, gli occhi misero a fuoco l’infinito. Era il suo modo di pensare. Nico lo sapeva e sapeva anche che si era avvicinata troppo, che si era affezionata a quello strano, sensuale, maschio. Anche in quel momento parlava ed aveva non paura ma una certa inquietudine. Però si sentiva accaldata ed il discorso, iniziato con lei a braccia conserte e gambe strette, adesso lo stava continuando allungata verso di lui quasi in punta di piedi, nonostante i tacchi.
“Interessante davvero. Non ci avevo pensato fino ad ora, di stare cioè inseguendo la perfezione, o se vogliamo di stare costruendo un rituale. Probabilmente hai ragione, ma sai qual è il mio freno?” Nico fece no con la testa “E’ che non so veramente essere violento.”
“Dovrebbe tranquillizzarmi?”
“Sì.” Le passò nuovamente la mano sulla guancia, una carezza appena accennata.
Qualcosa nel petto di Nicoletta si mosse, una specie di fremito, voleva abbracciarlo e accoccolarsi contro di lui in quel momento. Un gesto che sarebbe stato sconsiderato non da lei, e che avrebbe fatto scappare via David che, lo sapeva, non voleva legami veri, solo quella specie di piacere dato dal condividere sesso, umori, sapore e niente più.
“Ti andrebbe di fare una cosa ora? Dell’abito parliamo poi. Ora ho voglia di farti il bagno”
Ne aveva voglia eccome… Nicoletta in quel momento voleva essere sbattuta, fare sesso contro la parete della doccia finché non avesse perso il controllo lasciando che a gridare di gioia fosse il suo ventre, la sua fica.
“Si mi va.”
La trascinò nel corridoio prendendola per un braccio, fino al bagno. Le tolse il vestito a fiori passandoglielo sulla testa, e si compiacque: Nico aveva un reggiseno bellissimo, nero, con della trina a nascondere i capezzoli, visibili e turgidi e mutandine impalpabili.
“Alza le mani.”
“E’ una rapina?”
“A mano armata.”
“Oh, mi sparerai? Qualcosa …ah… dentro il ventre?”
La ragazza lo disse con un misto di falsa paura e fanciullesca incredulità.
Lui non rispose, sganciò il reggiseno, lo tolse e lo gettò a terra. Osservò Nico tenendole bloccati i polsi in alto con la mano sinistra; i loro corpi erano vicinissimi.
“Mi ferisci con la cintura se rimani vestito.”
Nico lo guardava negli occhi, con il cuore a mille. Sentiva come degli spasmi in basso, tra le gambe, era impaziente. David si scostò dalla donna e infilò le dita della mano libera nelle mutandine, deliziosamente bagnate; si era formata una striscia inzuppata. Mentre continuavano a guardarsi negli occhi, David passò le dita umide sulle proprie labbra.
“Vorrei legarti”
“Va bene”
“Resta così.”
Nico era appoggiata al muro, le mani in alto con le mani unite, la schiena inarcata e gli occhi socchiusi. L’altro tornò con la cintura dell’accappatoio e le legò i polsi, quindi le fece togliere le scarpe e la portò dentro la doccia, dove annodò la cintura all’attacco della doccia. Nico rimaneva ad occhi chiusi in attesa nelle sue mutandine bagnate.
Sentì David armeggiare con qualcosa, fruscio e poi rumore di barattoli. Forse si spogliava? La curiosità era tanta, ma rimase ad occhi chiusi. Delicatamente l’altro le avvicinò le gambe con le mani, passò le dita tra gli elastici delle mutandine e le abbassò giù. Le sfilò prima da una gamba poi dall’altra facendo alzare un piede alla volta alla ragazza ora nuda.
Nico sentì il rumore del tubo della doccia e quando l’acqua le bagnò la testa, scese lungo il viso, lo sterno, la schiena, emise un lievissimo gemito, quasi un sospiro.
Delicatamente l’altro la insaponò toccando e massaggiando ogni parte del corpo della donna, entrando in ogni dove con i polpastrelli, girandola verso il muro e passando il palmo della mano tra i glutei, ruotandola ancora e palpandole il sesso. Poi con acqua tiepida tolse tutta la schiuma, sciacquandola.
Nico era estasiata dalla messe di ricordi scaturita da quel trattamento, la mente era confusa, era ritornata anni indietro e non si rendeva conto del tempo che scorreva. Trasalì quando David l’alzò e la penetrò all’improvviso. Era entrato senza trovare resistenza. Le labbra dei due si unirono, saliva, denti e lingua.
David la spingeva contro una delle manopole dell’acqua, costringendola a restare inarcata, in punta di piedi, sorretta per metà dall’altro. Una posizione pazzesca che la riempiva, sentiva l’altro dentro di sé sfregare le pareti interne ovunque. Mentalmente Nico formulò la frase “Sono piena di cazzo” e venne una prima volta.
Il secondo orgasmo arrivò pochi minuti dopo, quando David, vicino ad arrivarle dentro, prese ad accelerare. Quando anche lui venne, Nicoletta era già in orbita e sentì il caldo flusso di sperma dentro la sua vagina, nel suo utero, nel suo ventre, propagarsi tra piccoli spasmi.

Dopo una seconda doccia Nico e David si concessero da bere. Senza parlare rimasero vicini mentre si asciugavano e poi, nudi, tornarono in salotto, dove l’abito era rimasto appoggiato.

“Lo voglio indossare, ora che sono pulita dentro e fuori”
“L’hai capito vero?”
Nicoletta annuì. Si mise ad accarezzare le coste della gonna, le calze, quindi prese il corsetto e lo portò a sé, come per indossarlo.
David la aiutò tenendolo e passandolo dietro la schiena, e iniziando a stringerlo. I lacci e i nastri che fissavano il corsetto lasciavano intravedere la pelle della donna.

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