Rose, parte 1

redmarkAncora una storia di Rebecca de’ Marchis, che ci regala Rose.

 

Rose

Il freddo pungente della notte scorreva ancora nelle sue vene. I cappelli arruffati e striati di bianco, le mani scarne e bianco-bluastre e l’abito scolorito e assottigliato dal tempo erano il simbolo del suo stato sociale.
Aveva cinquantadue anni, ma ne dimostrava sessantacinque.
La vita, il dolore e la sofferenza l’avevano temprata. Rose era forte, la mente lucida e sveglia come a vent’anni.
Aveva trascorso tutta la vita dedicandosi agli altri, a una madre malata, a un padre alcolizzato e maniaco, a un marito violento, a un lavoro faticoso. E ne era uscita ancora più forte.
Da dieci anni la sua casa era un angusto vicolo adiacente al muro di cinta di un convento di suore. Aveva ricavato la sua dimora in una nicchia nel muro vicino alla porta di ferro che portava alle cucine. Ogni giorno la suora di turno, quando si recava a gettare l’immondizia nei cassonetti, le lasciava un pasto caldo.
Di notte dormiva su un vecchio materasso pieno di buchi e si copriva con cartoni e coperte di lana infeltrita.
Trascorreva le giornate in giro per le strade, chiedendo l’elemosina, raccogliendo avanzi nei bidoni e quando riusciva a racimolare qualche moneta, si recava all’emporio a comprare una bottiglia di whisky. Che regalo! L’alcool cancellava ogni cosa.
Il sole era appena sorto, forse erano le sette. Era molto freddo e anche se avrebbe voluto restare al caldo ancora un po’, Rose si alzò e sistemò con cura il suo giaciglio. Come ogni lunedì mattina si recava a messa.
La chiesa era quella del convento. Il lunedì alle sette e trenta il parroco officiava la messa per i disadattati e i poveri del quartiere.
Rose si sedette nella prima panca e dopo di lei cominciarono ad arrivare altre persone.
La chiesa era grande, ricca. Dalle alte finestre dipinte, entrava un arcobaleno di luci. Un fascio colpiva in pieno volto un Gesù straziato dal dolore delle ferite.
Le candele accese emanavano un forte odore di cera, che riportava Rose ai ricordi della sua infanzia. Ricordi violenti, che ancora si svolgevano davanti ai suoi occhi come la pellicola di un film.
Fino all’età di quindici anni aveva vissuto in casa con i genitori e i nonni materni.
La nonna materna amava accendere candele colorate e profumate agli oli essenziali in tutta la casa. E come una si spegneva, un’altra si accendeva. Tutta la casa odorava di cera e profumo. Di giorno e di notte.
Quello che succedeva di notte lo sognava ancora, tuttora, come se non fosse passato neanche un giorno.
Il sogno cominciava con un urlo di terrore, si ritrovava a correre in un lungo corridoio buio, dove l’unica luce era quella che filtrava dalla porta semi-chiusa sulla parete in fondo. La camera era quella dei suoi nonni.
L’urlo continuava e Rose correva. Udiva solo il proprio respiro e i battiti del cuore che le sbattevano nel petto.
D’improvviso aprì la porta e si ritrovò di fronte ad una scena incredibile. Suo nonno, sua nonna e suo padre, tutti e tre nudi sul letto. Il padre aveva in mano una frusta e sua nonna era in ginocchio davanti al marito.
Rose pensava alla madre malata nella stanza a fianco. Il padre con un sorrisetto malizioso le allungava una mano per invitarla a giocare con loro e lei non riusciva a scappare. Era inchiodata al pavimento.
A questo punto si svegliava sudata e agitata.
Quell’odore di cera l’era penetrato dentro, le ricordava ancora quelle scene che ogni notte era costretta a rivivere. Qualche volta il padre, ubriaco, si coricava vicino a lei. Il puzzo e il tanfo d’alcool le davano la nausea e il sapore delle sue labbra era amaro come il veleno.

continua…

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