red markIl contenuto di questo racconto è per adulti e contiene un linguaggio esplicito.
L’autrice è  ancora Rebecca de’ Marchis

 

TIGLIO E MELISSA

Nella stanza regna il silenzio. Solo un’anima respira. Una luce fioca penetra dalle tende di voile fucsia. Leila apre gli occhi. L’altra metà del letto è vuota.
Allunga una mano e trova solo lenzuola stropicciate e infreddolite. Sul cuscino, l’impronta della presenza di Ramon è ancora evidente.
Si sfrega gli occhi, rotola su se stessa e si attorciglia alle lenzuola che sanno di lui. Il letto dalla parte di Ramon è ghiacciato, lunghi brividi di freddo scuotono il corpo di Leila.
Si dondola piano, stringendo le gambe una contro l’altra e premendo l’elastico del perizoma contro la clitoride. Con pollice e medio si strizza un capezzolo, mentre l’altra mano scivola verso l’inguine ed affonda nella vulva bagnata.
La serata di sesso appena trascorsa le ha lasciato addosso la voglia d’amare. Leila apre il cassetto del comodino, afferra il suo amante personale e lo obbliga a servirla a dovere. L’amante, docile, si lascia condurre alla scoperta del corpo della sua padrona. Esplora le cavità, scivola su morbide colline, osserva le meraviglie della natura e partecipa al tripudio dei sensi.
Ancora umida e tremante lascia il letto avvolta in una vestaglia di raso e velluto.
Apre la porta, entra in cucina e trova Ramon seduto al tavolo, chino su una tazza di tisana, tiglio e melissa. Ha le spalle curve e la testa fra le mani; i capelli, sparsi e informi, rivelano la piega del cuscino. È vestito con vecchi jeans di velluto marrone e una camicia a scacchi.
Leila gli accarezza le spalle, lo abbraccia, sfiorandogli con le mani il torace e il seno. I piccoli bottoncini sono duri e pungenti, al tocco delle sue dita. Gli bacia la nuca, leccandogli la pelle del collo.
Lo sente fremere, e niente più. Il suo Ramon le avrebbe infilato una mano in mezzo alle cosce, l’avrebbe trascinata su di se, scoperto le natiche e l’avrebbe schiaffeggiata e poi baciata in quello stretto tratto di carne in cui sacro e profano si congiungono. Oppure l’avrebbe sollevata fino a farla sedere sul tavolo, le avrebbe allargato le cosce e sarebbe sprofondato nella sua essenza più vera, dilaniandole la carne e facendola tremare di piacere. Oppure le avrebbe strappato il perizoma con un colpo netto, l’avrebbe afferrata e costretta a sedersi su di lui, obbligandola a danzare per ore. Era questo che si sarebbe aspettata.
Ramon non si muove, non fa nulla di ciò che Leila aveva sperato.
Il calore fra le gambe di lei non tende a smorzarsi. Leila s’inginocchia e cerca, fra bottoni e cerniere, di slacciare i jeans di Ramon.
Ramon non reagisce.
La solleva per un braccio e la fa sedere su di se, come si fa con una figlia. Leila ha di fronte a sé un uomo, ormai sul crinale della vita, a cui non riesce più a dare un nome.
«Devi vivere la tua vita, vattene da qui e trovati un altro uomo».
Leila gli prende il volto fra le mani e lo bacia sulle labbra, stringendole fra le sue e succhiandole piano. Cerca la sua lingua. Cerca quel dolce nettare. Cerca ma non trova ciò che desidera.
«Non voglio andarmene e tu non lo desideri».
«Io ti porto solo dolore. Non lo meriti».
Leila si alza e si avvicina alla stufa. Solleva la piastra di metallo con l’uncino di ferro e infila un ciocco di legno nella cavità della fornace. La brace all’interno è ancora viva. Prende un bollitore, lo riempie d’acqua e lo appoggia sulla stufa. Sotto gli occhi stanchi di Ramon, Leila si muove nella stanza, leggera sui piedi nudi. Prende tè, biscotti, zucchero, limone e appoggia tutto su un vassoio. Riempie una caraffa d’acqua che versa nella vaschetta dell’umidificatore. Svolazza da una parte all’altra, la vestaglia aperta assomiglia ad ali di farfalla sul suo corpo nudo.
«Non meriti un derelitto come me. Sei bella».
Leila si avvicina a Ramon, viso contro viso, occhi contro occhi.
«Ma io voglio te, vecchio lupo che non sei altro» dice Leila e gli pianta una mano in mezzo alle gambe «voglio solo te».
Ramon l’attira a sé e la bacia.
«Sahira mi sta rovinando la vita ed io, tenendoti qui, sto distruggendo la tua».

[parte 2]